Storia delle Imbarcazioni Sarde

Galere Sarde contro i Corsari Tunisini

“L’impresa di Giorgio des Geneis, che nel 1804 attaccò le coste tunisine da dove partivano le incursioni barbaresche. Le Navi della flotta del Regno di Sardegna erano ancora a remi.”

Nel 1804, quando Napoleone era alla vigilia della sua incoronazione imperiale e gli Stati minori dell’Europa praticamente già al suo seguito o pronti ad accordarcisi, il Regno di Sardegna, privato dei territori continentali (Piemonte, Savoia e Contea di Nizza) era ridotto alla sola isola che gli dava il nome, “salva” dalla influenza francese, forse, solo perché la potente squadra di Nelson che teneva il blocco a Tolone si trovava a La Maddalena, che 11 anni prima era stata l’obiettivo di una rabbiosa spedizione franco-còrsa, in cui proprio il Bonaparte aveva comandato l’artiglieria.

E altre navi inglesi si facevano vedere a Cagliari e nei golfi grandi e piccoli che frastagliano le coste sarde.

Di suo, il Regno aveva però ben poche navi: se trascurando qualche brigantino o sciabecco, ed a maggior ragione i pancioni e le “gondole” (imbarcazioni delle Bocche di Bonifacio, che di tanto in tanto i Genovesi paragonavano ai loro più noti leudi Armate con pochi piccoli pezzi, la flotta agli ordini del Viceré (il re Vittorio Emanuele I era lontano da Cagliari, in esilio) era composta da una galera, la “Santa Teresa”, grande, grossa e vecchiotta, in ogni caso l’ammiraglia, e da due mezzegalere, tipo di remiera che aveva mietuto grandi successi contro Barbareschi e Francesi già dalla sua adozione nei guardacoste sardi circa 20 anni prima: esse si chiamavano “Aquila” e “Falco”. Erano fresche di varo perché come le sorelle maggiori che le avevano precedute negli Anni ’80 del 1700, erano state appositamente commissionate nei cantieri delle Due Sicilie e, da Trapani, erano giunte a Cagliari non molti mesi prima. La “Santa Teresa”, invece, era una preda bellica fatta dagli Inglesi ai Genovesi durante l’assedio di Genova sostenuto da Massena, e dove si era distinto Capitan Bavastro: galera si per definizione, ma ormai diversa dalle omonime unità di Lepanto e dei secoli successivi: la connazionale “Raggia”, che un celebro dipinto ci rappresenta reduce da una battaglia finita bene, potrebbe anche essere stata una gemella: cassero ben chiuso a poppa, con vetri e fregi e, a prua, un castello al posto della scheletrica batteria di 5 cannoni. Nessun telaio posticcio, ma fiancate compatte da cui sporgevano i remi in numero almeno di una cinquantina.

Le mezzegalere, invece, nel Regno di Sardegna e dimenticando la solita descrizione dei vocabolari copiati dalle opere di Padre Alberto Guglielmotti, storico navale dello Stato Pontificio, avevano 150 uomini circa, compresi i condannali al remo (sufficienti per una trentina di scalmi) e i soldati imbarcati, alcuni cannoni non grossissimi a prua e falconetti o simili per difendere i bordi laterali. Da notare che, al momento dell’acquisto, nel Napoletano erano definite “galeotte” e che solo sotto i Savoia si accettava di battezzare con un nome più… nobilitante queste unità sottili.

Sia la galera sia le sue piccole aiutanti avevano comunque un vantaggio indiscusso in acque sarde: la chiglia piatta che concedeva loro di introdursi a fondo anche dove corsari, pirati e contrabbandieri pensavano di farla franca con le loro minuscole unità, nelle insenature nascoste, o in spiagge non raggiungibili facilmente neppure da terra.

Queste tre navi, ora che erano tutte e tre in linea, avevano il compito di effettuare crociere che corrispondevano all’interno periplo della Sardegna. Forse la spesa spaventò le autorità sabaude, forse il fatto che dopo una grave, gravissima incursione a Carloforte i corsari del Nord Africa non avessero più – per sei anni – agito con numerose formazioni (anche se qualche disturbo continuavano a darlo, nella buona e nella cattiva stagione..) convinse chi di dovere a disarmare le navi da guerra nei porti di La Maddalena e di Cagliari, mettendo a mezzo soldo o anche privando del soldo chi le avrebbe dovute comandare.

Per tutto questo periodo, corrispondente all’epoca napoleonica, e per numerosi anni successivi, la Marina Regia della Sardegna è guidata da un uomo destinato ad una discreta fama, dotato di doti organizzative e di una certa attenzione agli aspetti umani del comando. Si tratta di Giorgio Des Geneys, che si era formato proprio sulle vecchie mezzegalere e aveva combattuto a Tolone e in acque francesi sulle ultime unità regie, senza trascurare in quelle occasioni di battersi, sciabola in pugno, sulle Alpi Marittime con truppe della Marina, in scontri terrestri. Egli convinse il Viceré (che era allora Carlo Felice, futuro re di Sardegna) a lasciar partire le tre navi addirittura per le acque della Tunisia dove pareva si stesse organizzando una spedizione analoga a quella del 1798 contro San Pietro, e a cui appartenevano i corsari isolati che stavano tormentando e catturando pescherecci e altre imbarcazioni napoletane e sarde del Tirreno e nel Mar di Sardegna.

In Tal modo si sarebbe scongiurato il disarmo della Marina e, con questo, il decurtamento dei finanziamenti. Sempre che l’impresa avesse un esito tale da colpire l’opinione pubblica (come allora si poteva intendere) e l’opinione del re.

Dopo ogni sverno, per la galera, e in misura minore per le mezze galere, non erano piccole le difficoltà nel ricostruire gli equipaggi per una nuova campagna: solo l’anno prima, Cagliari, nelle taverne e nei vicoli del quartiere delle Marina, aveva visto scene analoghe a quelle che il cinema ci ha fatto immaginare tipiche della Londra sette-ottocentesca: sardi non proprio classificabili come criminali, ma solo perché “sfaccendati, oziosi e vagabondi” erano stati imbarcati a forza, con l’assicurazione che sarebbe stato solo per il periodo estivo. Ora invece non mancavano i volontari, per lo più maddalenini, e per la forza motrice vi erano forzati dell’Isola e persino delle Due Sicilie, prestati dal loro re sul “Falco” e sull’”Aquila”, cui si univano quanti svolgevano normalmente servizio sulla flotta, come soldati o marinai.

La squadretta che al momento di salpare comprendeva anche la gondola “Scoperta”, era comandata quindi da Des Geneys, che allora non aveva il grado di ammiraglio (non ci sarebbe stata proporzione…) ma di brigadiere, più o meno un “Commodore” inglese, mentre l’”Aquila” era guidata dal capitano Gaetano Demay, il “Falco” dal pari grado Vittorio Porcile e la “Scoperta” dal sottotenente Giovanni Antonio Scoffiero. Le quattro unità partirono da Carloforte il 6 agosto 1804 e raggiunsero rapidamente l’isola di La Galite, dove sostarono fino all’11, trattenute dai venti contrari. Toccarono la costa continentale tunisina di li a poco, ottenendo una prima vittoria. Un corsaro barbaresco armato a vele quadre stava inseguendo alcune coralline europee, senza badare alle navi sarde che avevano simulato bandiera tunisina e francese, issando il vessillo con la croce e i Quattro Mori solo quando erano a tiro. Il Barbaresco, per sfuggire alle cannonate, si appoggiò a terra fino a incagliarsi, l’equipaggio lo abbandonò, tentando di rispondere al fuoco con i fucili, da terra, aiutato dalla popolazione locale ma, alla fine, fu costretto ad incendiare la nave per non farla catturare.

Il 14 agosto, un altro corsaro fu invece distrutto direttamente dai colpi della “Scoperta”, anch’esso mentre era incagliato e difeso dalla ciurma e dagli indigeni. I sardi ebbero un solo caduto, un fuciliere.

Lo stesso giorno, scambiando per tunisine le navi di Des Geneys, un bastimento greco di bandiera dell’Impero Ottomano si dichiarò nordafricano e pagò questo inganno con quattro colpi sotto la linea di galleggiamento e altri 16 sulle vele e sullo scafo, prima di poter chiarire l’equivoco (il Sultano era in quel momento in pace con la Sardegna). Un giorno dopo ancora, il 15 agosto, nella zona di Porto Farina, volendo fare di più, le quattro navi del Des Geneys, sempre simulando il vessillo del posto, giunsero a contatto di due navi nordamericane, appartenenti ad un armatore corsaro veterano del suo mestiere, ognuna equipaggiata da una quarantina di uomini, e armata con cannoni, tromboni e spingarde, con i fucili e gli “yatagan” della gente, Questa volta, per conseguire un obiettivo di “propaganda” come su accennato, l’intenzione era di catturare una o entrambe le navi nemiche. La galera “Santa Teresa” sostò appena la largo, mentre all’attacco si lanciarono il “Falco” e l’”Aquila”. Con 14 morti a bordo, i corsari arabi, un felucone e una galeotta, si arrendevano di li a poco. Venivano rimorchiati fino a La Maddalena, dove erano tenuti nell’obbligatoria quarantena, lontano dai centri abitati e dal resto della Sardegna.

Neanche le fonti d’archivio sarde non parlano di ricompense o di grandi festeggiamenti per quella che, oltrechè vittoriosa, era stata un’impresa di notevole importanza compiuta a discreta distanza dalle acque di casa, e con l’impiego di numerosi giorni di navigazione autonoma. Sappiamo che, come di desiderava, la flotta non venne disarmata, e che i Tunisini, indotti al rispetto della Sardegna per le perdite subite, interruppero per qualche tempo le loro azioni corsare ed accettarono di trattare lo scambio dei prigionieri cristiani con i loro connazionali catturai, che ammontavano a 75. Le tre principali unità avrebbe continuato a difendere le coste isolane per tutta la durata del periodo napoleonico, distinguendosi in altri combattimenti con i Barbareschi e con le navi corsare francesi e degli Stati satelliti dell’Impero bonapartista.

 

Fonte: Rivista Mensile Yacht Digest