


Le Caravelle
Storia delle Navi e Descrizione Tecnica
Fonte: Giusi Grimaudo
Può, a prima vista, sembrare un argomento banale e scontato. In fondo di quelle tre caravelle ne sentiamo parlare sin dai banchi di scuola. Eppure scoprire le caratteristiche di quelle navi, conoscere le tecniche di navigazione allora in uso, capire la portata dei nuovi strumenti che proprio in quell'epoca si andavano diffondendo può costituire un "avventura" nautica di tutto interesse.
Sebbene in quasi tutti i musei navali del mondo sia possibile vedere splendide ricostruzioni grafiche e modellistiche delle famose tre "caravelle" di Colombo, probabilmente solo pochi sanno che, in realtà, dati precisi circa la forma e l'armamento di queste navi non si posseggono. Gli unici elementi attendibili, ma purtroppo decisamente insufficienti, ci vengono dalle pagine del "Giornale di Bordo" di Cristoforo Colombo, o meglio dalla copia riassunta di esso che venne scritta circa dieci anni dopo da Padre Bartolomeo de Las Casas. Senza poter disporre nè di piani e dati di costruzione, nè di una esauriente letteratura antica o di rappresentazioni iconografiche del tempo, è quindi difficile ed azzardato proporre in queste poche righe una descrizione, seppure sommaria, delle principali caratteristiche dei tre gloriosi "legni". Comunque proviamo, cercando di riportare solo quei dati, desunti o supposti, riportati dagli studiosi più accreditati in materia.
Le Navi
A quei tempi era assai comune assegnare ad ogni nave, oltre al nome ufficiale, anche un secondo nome particolare, solitamente attribuito dall’equipaggio, che poteva derivare dai più svariati motivi: dal nome del padrone della nave, dal luogo di costruzione di essa, dalle sue qualità nautiche, dall’armamento, dall’aspetto esteriore o da altre caratteristiche particolari che la distinguevano. Sappiamo così che il nome originale ed ufficiale della nave ammiraglia era “La Callega”, e non “Santa Maria”, nome quest’ultimo che le derivò solo in seguito, probabilmente perché venne noleggiata da Colombo a Puerto Santa Maria; allo stesso modo “Santa Clara” era il primo nome della “Nina”, mentre quello per cui siamo abituati a conoscerla derivò probabilmente dal cognome del suo proprietario, lo spagnolo Giovanni Nino; della “Pinta” (che significa “variopinta”)invece non conosciamo il nome ufficiale.
All’impiego
di navi adatte alla navigazione d’altura, le “caravelle” (termine
derivante secondo alcuni dal diminutivo di “cargos” = bastimento), si deve
in gran parte la scoperta dell’America e la buona riuscita di tutte le altre
grandi imprese di esplorazione, quali quelle di Diaz e Magellano, realizzate tra
la fine del XV e l’inizio del XVI sec. Anche solo un secolo prima, avventurasi
tra gli oceani navigando sulle “cocche” nordiche o sulle “galee”
mediterranee sarebbe stato impensabile. Le “caravelle” impiegate da Colombo
invece erano navi con qualità nautiche idonee all’esplorazione oceanica,
poiché rispetto ai bastimenti dei periodi precedenti erano più facilmente
manovrabili, ed avevano scafi robusti ma di basso tonnellaggio e pescaggio.
Furono queste qualità, unite ad un ottimo armamento velico, ad imprimere una
maggiore velocità ale navi e a consentire di intraprendere l’avventura
oceanica.eppure le tre navi impiegate da Colombo vengano comunemente definite
“caravelle”, un breve discorso a parte va fatto per l maggiore di esse, la
nave ammiraglia “Santa Maria”. Leggendo il giornale di bordo si può vedere
come Colombo definisca sempre “carabelas” la “Nina” e la “Pinta”, ma
chiami “nao” (dal latino “navis”) la “Santa Maria”, cogliendo spesso
l’occasione inoltre per lamentarne le scarse qualità nautiche, la troppa
lentezza e pesantezza (sappiamo che veniva regolarmente superata dalle due
caravelle), l’eccessivo pescaggio. Lagnanze e timori che,come poi dimostrarono
i fatti , si rivelarono giustificati: la notte di Natale la “Santa Maria” si
incagliò su un tratto di fondo del continente americano, ed essendosi poi
sfasciata per il sopragiungere della bassa marea, fu lì abbandonata. Non è
ancora chiaro comunque se con il termine “nao” si debba intendere o meno, un
tipo di nave differente dalla caravella quale poteva essere ad esempio la
“caracca”, altra tipica nave del tempo che giunse ben presto a sostituire la
caravella nei viaggi oceanici, dal momento che la sua maggiore capacità di
carico permetteva di compiere lunghi viaggi senza scali, garantendo un
sufficiente stivaggio di rifornimenti, nonché la possibilità di imbarcare, nei
viaggi di ritorno, voluminosi e redditizi carichi di merci.
Innumerevoli
e svariate misurazioni sono state tentate in tutti i tempi, per cercare di
stabilire quali fossero le dimensioni delle navi di Colombo, e comunque, in
generale, si è concordi nel ritenere che la loro lunghezza si aggirasse sui
20-24 metri(fino ad un massimo,proposto da alcuni, di 28 metri per la “Santa
Maria”); per ciò che riguarda le proporzioni delle navi, sembra che si fosse
rispettata la regola di costruzione navale tipica del tempo, cioè quella del
3.2.1 (tratta dal manoscritto anonimo veneziano “Amaistramento di far una nave
così grande come piccola”), dove la larghezza è pari ad un terzo della
lunghezza ed al doppio del puntale. Tra le altre considerazioni generali circa
la forma dello scafo, va notato che in molte delle ricostruzioni compare un
castello di prora (“castello de proa”) di forma pressoché triangolare, ed
un castello di poppa (“castello de popa”); è però utile ricordare che tali
ricostruzioni sono per buona parte ipotetiche e che non tutti gli studiosi
concordano nel ritenere che le due sovrastrutture fossero presenti anche sulla
“Nina” e sulla “Pinta”. Al di sotto del castello di prora comunque,
quando esso era presente, si effettuavano le manovre dell’ancora, e di ancore
a bordo delle tre navi, dovevano essercene sicuramente tre per ognuna, poiché
sappiamo che quando la “Nina” di ritorno dal viaggio giunse alle Azzorre potè
ancorarsi nonostante avesse già perso in precedenza due ancore. Incerta è la
presenza a bordo di argani salpancore (”cabestranti”), poiché sebbene essi
risultino sicuramente in uso nel XVI secolo, non esistono documentazioni certe
per il periodo preso in esame. Nel piccolo vano ricavato al di sotto del cassero
di poppa stava invece il timoniere, il quale, non potendo quasi certamente
godere di sufficiente visibilità frontale, doveva manovrare il grande timone
poppiero seguendo gli ordini impartiti dal pilota che stava sul castello di
poppa.
In
un recente saggio del colombista
Ferroni, in cui viene esaminata la costruzione navale del tempo si
legge:”…(venivano impiegati) materiali costruttivi più idonei , frutto di
una scelta derivante da un’affinata conoscenza sperimentale (Nel libro di
Jhoan Escalante de Mendoza) si legge ad esempio che si utilizzava rovere bianco
della Sierra o del Gargano per lo scafo, quercia stagionata per la chiglia ed i
dritti di poppa e di prora; pino o abete di Utrera (Siviglia) o della Corsica
per i castelli; pino della Fiandra per gli alberi ed i pennoni; il fasciame era
serrato con chiodi ferro dolce di Biscaglia, vincolati da un’aureola di
caviglie di rovere; gli scafi erano calafatati con canape imbevute di pece,
catrame, sego e olio di balena”.
L’ARMAMENTO
VELICO
L’attrezzatura
velica della “caravella” in genere si componeva di tre alberi, ad
inclinazione diversa, e di cinque vele principali inserite su pennoni appesi
alla faccia anteriore degli alberi; la “caravella” era detta “redonda”
(rotonda) se portava le vele quadre tipiche della tradizione classica,
“latina” se era attrezzata di vele latine, le vele triangolari di probabile
origine araba che soppiantano la velatura quadra erano entrate nell’uso
mediterraneo da circa un millennio. Noi sappiamo che mentre la nave capitana e
la “Pinta” erano “caravelas redondas”, la “Nina”, il vascello che
per qualità nautiche Colombo preferiva, alla partenza da Palos era armata a
vele latine, e solo presso le isole Canarie esse vennero sostituite con vele
quadre affinché “ con più quiete e minor pericoli gli altri legni
seguisse” . Seppure alcuni studiosi ritengano che le “caravelle” fossero
attrezzate con un armamento velico “misto” (dati precisi circa la forma, le
dimensioni e l’esatto numero delle vele non si posseggono), indubbia è la
prevalenza di vele di forma quadra, adottate perché esse, pur non favorendo
particolarmente la navigazione contro vento (mentre le vele latine avevano
invece ottime qualità boliniere, loro conferite dai lunghi bordi di entrata
delle antenne), erano però adatte ad intraprendere una navigazione oceanica con
vento in poppa e mare grosso.
Dal
giornale di bordo: “Fino a mezzogiorno procedetti con poco vento, il
quale poi riprese favorevolmente, e tutte le vele del mio vascello, la maestra,
i due coltellacci, il trinchetto, la civada, la mezzana, la vela di artimone e
quella del battello di poppa, erano gonfie”. Queste dunque erano le vele della
“Santa Maria”, un armamento velico che, all’analisi, risulta ben diviso e
bilanciato. La vela maggiore che tirava di più era quella quadra di maestra,
issata su un albero forse più lungo della nave stessa e che nelle
rappresentazioni antiche appare sempre assai massiccio, provvisto di legature
indicanti una costruzione fatta in più pezzi; la “mezzana” era invece una
vela di poppa triangolare (latina), utilissima per la navigazione controvento
quando si serravano le altre vele; verso prua, quale corrispettivo della
mezzana, era collocato io “trinchetto”, una vela dalle dimensioni pressoché
simili a quelle della vela precedente, ma quadrata invece che triangolare; sotto
il bompresso, che fino ad allora non aveva mai ospitato vele, era montata la “civada”,
un nuovo tipo di piccola vela quadra che aveva la funzione di aiutare in
trinchetto a bilanciare il bastimento. Colombo in fine nomina anche il
“coltellacci”, cioè le bonnete, vele addizionali che a quel tempo
sostituivano i terzaroli, e che si applicavano direttamente al gratile della
vela maestr (…ammainarono tutte le vele e avanzarono solo col trevo, che è la
vela maggiore senza coltellacci, e si posero in panna…”).
LA
NAVIGAZIONE E GLI STRUMENI NAUTICI
Durante
tutta la navigazione, il grande ammiraglio annotò “diligentemente giorno per
giorno, ogni cosa” che capitò durante quella memorabile impresa di
navigazione esplorativa, durante quei 200 giorni che, come ha detto un
autorevole studioso, cambiarono il mondo. Dalle pagine del suo giornale possiamo
così ricavare, oltre alle affascinanti e vivissime descrizioni dei luoghi,
delle genti e dei costumi del nuovo mondo appena scoperto, anche tutti i dati di
carattere nautico che egli fu in grado di ricavare durante il viaggio. Purtroppo
però non è possibile assumere come dati certi le cifre indicate da Colombo,
sia perché esse furono volutamente alterate da Colombo stesso (per
tranquillizzare il suo equipaggio raccorciava di qualche lega ogni tragitto
percorso) e dai funzionari della corte di Spagna, che tentavano così di
stornare dalla nuova rotta gli avversari portoghesi.
Fino
al XVI secolo la navigazione veniva calcolata solo per gradi latitudinali, cioè
di direzione nord-sud, rilevati in maniera abbastanza semplice prima attraverso
l’osservazione diretta del sole e delle stelle poi, dalla metà del XV secolo
in avanti, a mezzo di un astrolabio o di un quadrante, strumenti astronomici che
rilevano la posizione degli astri e della stella polare. Una volta trovata la
latitudine desiderata, si cercava di tenere la rotta o verso ponente o verso
levante. Ma come poteva Colombo , e on lui tutti i naviganti del suo tempo,
stabilire quale fosse la posizione della nave quando non più in vista della
terra si era stati fuorviati dalla rotta? C’era solo un modo per evitare che
la nave si perdesse in mare aperto, e cioè determinarne il “punto stimato“,
da ottenersi con un calcolo che, basandosi su una famosa regola matematica del
tempo (“la regola del Martelojo”), tenesse conto di alcuni dati
ininterrottamente rilevati da bordo, e cioè: la rotta seguita ( e l’eventuale
deriva e scarroccio), la velocità tenuta e il tempo trascorso. Se fino a poco
tempo prima il solo strumento di navigazione era stato lo scandaglio, Colombo
poteva ora servirsi di due nuovi strumenti di navigazione, la bussola e la carta
nautica. La bussola magnetica, il rivoluzionario strumento che serviva a
dirigere la rotta indicando il nord, comparve verso la metà del XII secolo,
quando l’ago calamitato ed il cartoncino indicante la rosa dei venti (e quindi
i punti cardinali) vennero imperniati dentro una scatoletta di legno detta
“bossolo”. Solo in seguito, probabilmente verso la metà del XVI secolo, la
scienza nautica individuò i problemi derivanti dalla declinazione magnetica
(per cui l’ago non segna il nord geografico bensì quello magnetico, che ora
declina a levante, ora a ponente) ed inventò la posizione cardanica della
bussola, che permetteva alo strumento di mantenersi sempre in orizzontale
nonostante il beccheggio della nave.
Alla
partenza da Palos, Colombo disponeva inoltre di una carta nautica (inviatagli
dallo scienziato fiorentino Toscanelli), raffigurante
l’oceano che si estendeva ad ovest del continente africano e di quello
europeo, nonché le terre più occidentali allora sconosciute, cioè le Azzorre
e le Canarie. Su di essa, o su un’altra carta simile,Colombo tracciò
giornalmente le rotte seguite e, servendosi di un compasso , calcolò le varie
direzioni e distanze. Sulle carte nautiche del tempo non erano naturalmente
indicati i meridiani ed i paralleli, bensì un fitto reticolo di linee rette ed
intersecanti tra loro, generate dai prolungamenti dei raggi della rosa dei venti
principale ( posta per lo più al centro) e di quelli delle 16 rose minori
situate sulla sua circonferenza. Su questa fitta rete di linee i capitani
disegnavano i contorni delle coste, servendosi inizialmente della bussola per
orientarle, poi tracciandole in base alle misurazioni più precise rilevate con
gli strumenti astronomici. A bordo non mancavano naturalmente le
“ampollette” o clessidre per misurare il trascorrere del tempo e per
rilevare la velocità della nave che veniva calcolata, in misura assai
approssimativa, gettando a prua un pezzo di legno e, calcolando con la clessidra
il tempo che esso impiegava a giungere a poppa. La sabbia delle clessidre
impiegava mezz’ora a passare, e appena era passata stava al mozzo di guardia
(ogni guardia durava circa 4 ore) rovesciare prontamente lo strumento per
continuare il calcolo del tempo, che naturalmente non poteva essere tanto
preciso: era sufficiente un appisolamento del marinaio ad impedire il puntuale
capovolgimento della clessidra, oppure un deciso ondeggiare della nave ad
ostacolare e ritardare la discesa della sabbia.
Se
la navigazione stimata di Colombo fu soggetta a molti errori (calcolò ad
esempio la velocità della nave con un eccesso di circa il 9-10%), “quella
astronomica” non ne contò certamente di meno. Numerosissimi furono i calcoli
di latitudine errati (spesso confuse la Stella Polare con altre stelle) o i casi
in cui, a causa dell’ampio beccheggio della nave, gli fu impossibile servirsi
dell’astrolabio e del quadrante. Gli errori e le inesattezze dimostrate in
questo campo dal grande navigatore trovano una semplice spiegazione:
all’inizio dell’era delle grandi scoperte, la navigazione astronomica è
ancora una scienza embrionale, poco nota e, se usata, applicata spesso
erroneamente. La mentalità conservatrice e scettica propria del marinaio, il
quale preferiva continuare a confidare solo sulla memoria e l’esperienza
personale che gli erano derivate dalla più che millenaria tradizione
precedente, fece sì che le nuove conoscenze scientifiche e gli strumenti
astronomici si diffondessero attraverso tempi lunghissimi. Veemente è la
condanna che un matematico del XVI secolo , Pedro Nunez, rivolge contro questo
tipo di mentalità: “perché impieghiamo questi piloti, con il loro brutto
eloquio ed i loro modi barbari: non sanno nulla né sul sole, né sulla luna, né
sulle stelle, né come queste si muovono,né della loro declinazione, o come si
levano e tramontano e, su quale parte dell’orizzonte sono inclinate, né della
latitudine o della longitudine dei vari luoghi del globo, né di astrolabi,
quadranti, balestriglie od orologi, né degli anni comuni o bisestili, degli
equinozi e dei solstizi. E parliamo un attimo allora, per concludere,
dell’astrolabio e del quadrante, i due misteriosissimi strumenti (per la
mentalità del tempo) usati, sulle navi di Colombo. Il quadrante era un o
strumento nautico di metallo o di legno che serviva a stabilire la latitudine,
misurando l’angolo di altezze delle stelle e del sole, sempre tenendo conto
però della loro declinazione giornaliera, indicata su tavole dette effemeridi.
Anche l’astrolabio nautico, un semplice cerchio graduato sul quale girava
un’asta detta “alidada”, serviva a misurare la latitudine, poiché
consentiva di osservare la posizione della stella polare di notte , e quella del
sole durante il giorno. Costruito in legno o in bronzo, era questo uno strumento
piuttosto pesante, anche 5 o 6 chilogrammi munito di un anello che consentiva di
sospenderlo ad un albero della nave, ad esempio, per tentare di ottenere un più
fermo punto di appoggio, comunque impedito dal continuo movimento della nave
(“Parve all’ammiraglio che la stella del Nord fosse tanto alta come al capo
San Vincenzo in Portogallo. Non potè prendere l’altezza del sole né con
l’astrolabio, né col quadrante perché il movimento delle onde non glielo
consentì”).